Il Natale è colmo di tradizioni, cerimonie e atmosfera. Alcuni norvegesi hanno forse mantenuto anche alcune delle credenze pagane. I legami fra le generazioni, gli amici e la famiglia sono rimasti forti. A Natale troviamo il tempo per ricordare e rinforzare i contatti con i nostri cari. Fin dai vecchi tempi, il Natale, il periodo del solstizio invernale, era una festa di sacrificio spirituale – una festa della luce, che segna il passaggio dalla stagione buia alla primavera e all’estate. Per questo motivo, il Natale era, ed è, la festa del raccolto, della fertilità e della vitalità. Intorno al 900, il re Håkon Adelsteinfostre “Il Buono” decretò che la festa pagana del solstizio chiamata “jul” doveva essere spostata al 25 dicembre, per celebrare la natività di Gesù. In questa maniera, la festa pagana fu trasformata in una festa cristiana. Il nome venne mantenuto, ma la festa fu dedicata al bambin Gesù. Il Natale norvegese porta quindi in se un’eredità di cultura sia pagana sia cristiana. Oggi il Natale è una festa religiosa, della famiglia e dell’amicizia.
IL CALENDARIO RUNICO
Il calendario runico è il più antico calendario norvegese e nella vecchia civiltà contadina funzionava anche come piano di lavoro. È ritagliato in legno ed ha la forma di una spada, un’asta o un arco. Ogni giorno aveva una tacca. Le tacche erano più grandi in coincidenza con le feste fisse, ed ogni Santo aveva il proprio simbolo. Spesso i simboli furono interpretati alla lettera. C’era un periodo speciale per la pesca invernale, per fare la birra, per macellare gli animali, per preparare il pane ed i dolci. In molti luoghi, gli antichi lunari e le vecchie usanze vengono tuttora seguite.
NATALE DI CENT’ANNI FA
I preparativi per Natale erano complicati. Tutto doveva essere preparato in casa, dai regali alla macellazione delle bestie. In tempi antichi, nelle fattorie, tutto era basato sull’autosufficienza in fatto di materie prime. Ciò che veniva macellato prima di Natale doveva poi bastare per il resto dell’anno. Nelle fattorie norvegesi più grandi, di solito si macellavano 5-6 maiali, 7-8 pecore, 2 buoi ed alcuni vitelli. Il momento poteva variare, ma doveva preferibilmente essere prima di Natale con luna crescente – si pensava che in quel periodo la carne sarebbe stata migliore e che sarebbe durata di più. Le donne della casa avevano la responsabilità principale e facevano la maggior parte dei lavori. Gli uomini eseguivano i lavori pesanti, tagliavano la legna, affilavano i coltelli e squartavano gli animali macellati. La maggior parte della carne veniva salata e seccata, alcune parti venivano conservate sotto uno strato di grasso. Tutte le parti degli animali venivano conservate ed usate. Dopo la macellazione seguiva la prepara- zione delle candele e la produzione del sapone. Allora, come oggi, i bambini erano felici quando finalmente cominciava la preparazione dei dolci. Si cuocevano il pane, le gallette, le focacce ed almeno 7 tipi diversi di dolci. Quando la birra era fatta, la macellazione degli animali avvenuta e la cottura del pane e dei dolci finita, si facevano le pulizie generali. Tutto doveva essere pulito e scintillante per Natale. Si portava in casa tutta la legna necessaria per il periodo di Natale ed un fastello di spighe veniva messo su un bastone come cibo per gli uccellini. Se gli uomini cinguettavano vivacemente, questo significava che l’anno sarebbe stato buono. Anche gli animali nella stalla avevano un trattamento speciale. Sulla porta della stalla si faceva il segno della croce per tenere fuori gli spiriti maligni. La croce veniva anche incisa come decorazione sul pane, come decorazione sul burro, oppure sul soffitto sopra il tavolo del cenone natalizio. Il menu di Natale variava da una regione all’altra, ma dappertutto si imbandiva la tavola con le più squisite specialità culinarie. Tutti gli abitanti della fattoria partecipavano al cenone natalizio; padroni, servi, parenti ed ospiti. Il tavolo rimaneva spesso imbandito fino al giorno dopo, nel caso che ci fosse una visita degli spiriti della casa durante la notte. Non si dovevano dimenticare, erano considerati i protettori della fattoria, e se non li si trattava bene, allora si rischiava sfortuna nelle case e nei campi. Un’antica credenza voleva che fossero gli spiriti di quelli che avevano fondato la fattoria. Erano chiamati “nisser” o “folletti”, e non hanno niente a che fare con il moderno Babbo Natale. La sera di Natale al “nisse” si doveva dare la crema di farina, la birra o i “lomper”. In molte fattorie, gli si preparava addirittura un letto la sera di Natale, ed il posto d’onore a tavola era vuoto; tenuto libero per lui. Alla mattina del giorno di Natale tutti andavano a messa. In molti luoghi, sulla via del ritorno dalla chiesa, si facevano gare con slitte e cavalli. Il giorno di Natale era dedicato alla casa e alla famiglia. Soltanto il giorno di Santo Stefano iniziavano le feste e gli inviti in altre case. Qualche volta gruppi di bambini e adulti con le maschere andavano da casa in casa cantando e facendo spettacoli per piccoli e grandi. Venivano compensati con cara- melle e dolci. Dopo molti giorni di festa, il 6 gennaio segnava la fine del periodo natalizio.