Di George Papandreu, Jonas Gahr Støre, Piero Fassino
(Gli autori sono, rispettivamente, presidente dell’Internazionale Socialista, ministro degli esteri della Norvegia e segretario dei Democratici di Sinistra)
L’appello
Noi, gli autori di questo articolo, così come l’organizzazione che rappresentiamo, l’Internazionale Socialista, abbiamo sempre difeso il diritto di Israele a esistere e a difendersi. Desideriamo vedere i cittadini israeliani vivere in pace e in sicurezza accanto a tutti i loro vicini. Noi abbiamo condannato con decisione gli attacchi che hanno come obiettivo israeliani innocenti.
Tuttavia, né l’uso indiscriminato della forza, né una perdurante occupazione riusciranno a dare a Israele una sicurezza permanente. Israele afferma che le sue azioni a Gaza e in Libano sono volte a salvaguardare la propria sicurezza. Siamo convinti che il modo in cui queste politiche vengono portate avanti avranno come unica conseguenza quella di rendere più profonda la sfiducia, di aumentare la polarizzazione, di fissare l’odio tra vicini che devono invece imparare a vivere gli uni con gli altri.
Israele ha il diritto di difendersi. Ma il proseguimento della risposta all’iniziale e totalmente inaccettabile aggressione degli Hezbollah, così come la risposta militare di Israele a Gaza, è sproporzionata. Contribuisce ad un’escalation di violenza e causa una scoraggiante sofferenza civile. Una soluzione militare non è percorribile. L’approccio politico e regionale ad ampio raggio segna già un forte un ritardo.
Mentre attendiamo che le armi tacciano, devono essere lanciate inziative nuove e coraggiose. Come abbiamo già visto in passato, la prospettiva di ulteriore guerra potrebbe dare impulso ad iniziative innovativa per la pace. Tali concetti devono ora essere con forza messi innanzi come un’alternativa alla logica dell’escalation militare e alla reazione a catena di una crescente violenza nel Medio Oriente ed oltre. È già successo. La guerra nel Golfo portò alla Conferenza di pace di Madrid nel 1991 e ai conseguenti accordi di Oslo tra l’Olp e Israele nel 1993. Noi ora dobbiamo concettualizzare un nuovo processo onnicomprensivo che coinvolga tutte le parti in causa in Medio Oriente. Le strategie incoerenti e frammentarie di oggi non ci permettono di spezzare l’attuale circolo vizioso della violenza.
Affrontare la recente crisi deve diventare un trampolino per una soluzione politica a lungo termine. Nel tentativo di fermare guerra e devastazione in Libano, gli attori-chiave come gli Usa, l’Unione Europea, l’Onu e la Russia devono iniziare a concepire l’ossatura per i negoziati attraverso una sicurezza collettiva nel Medio Oriente. Se la comunità internazionale accetta di autare a risolvere la guerra in Libano, dovrebbe chiedere l’immediato avvio dei negoziati per la creazione di uno Stato palestinese e premere per trattative dirette per un riassestamento pacifico tra Israele e Siria.
La visione dovrebbe essere un’ampia agenda regionale per la sicurezza collettiva. Questo presuppone il coinvolgimento e l’impegno di tutte le parti e principali attori, inclusi Siria e Iran, come i gruppi politici e religiosi. In anni recenti, potenze leader hanno condotto una politica di disimpegno verso alcuni Stati e gruppi. Il risultato è stato che gli esclusi hanno cercato una pericolosa unità di convenienza. Ma finché i principali attori non si riapproprieranno delle soluzioni, noi creeremo nemici della pace sin dall’inizio.
Un’iniziativa politica regionale richiede la definizione di un nuovo approccio a gruppi religiosi e militanti. Se speriamo di fermare il terrorismo, dobbiamo impegnare questi gruppi nel dialogo e nell’assunzione di responsabilità, e rivolgerci alle radici della violenza. Sia l’Olp e che i primi gruppi militanti israeliani, attivi al momento della nascita dello Stato israeliano, si sono allontanati dalla violenza quando la comunità internazionale li ha coinvolti. In Europa, l’Ira e l’Eta hanno fatto lo stesso. Gruppi influenti come Hamas, vincitore legittimo delle elezioni palestinesi, non possono essere eliminati con la forza militare, per quanto potente, né esorcizzati per decreto.
Da parte loro, i gruppi radicalizzati devono rinunciare al terrorismo ed accettare i principi e le leggi internazionali e accettare le condizioni di base poste dalla comunità internazionale. All’iniziativa del presidente Abbas (Abu Mazen, ndT) di riunire la leadership palestinese deve essere permesso di dare frutti. Solo una leadership palestinese unita con prospettive di genuini negoziati nell’ottica di una soluzione «due Stati» può far nascere una nuova stabilità, nuova speranza per i palestinesi e nuova opportunità per una pace duratura nel Medio Oriente. Se l’iniziativa sarà coronata dal successo, la comunità internazionale deve muoversi rapidamente e cooperare pienamente con l’autorità palestinese.
Provocare la perdita di vite non contribuisce al presente o futuro benessere dei popoli della regione. Al momento, non c’è nessuna garanzia che una tregua politica con Hamas o Hezbollah possa sfociare in una rinuncia alla loro visione assolutista. Deve esserci un ulteriore processo con diritti e doveri. Allo scopo di assicurare una pace duratura, la chiave è sviluppare sistemi politici che aprano spazi alla moderazione e alla democrazia.
Abbiamo bisogno di qualcosa sulla linea di una «Madrid II». Il nostro appello è per una diplomazia preventiva piuttosto che per attacchi preventivi, inclusione piuttosto che esclusione. È basato su pragmatismo politico. Ma è anche fondato sulla consapevolezza che più che mai adesso abbiamo bisogno di una soluzione politica inclusiva. Persone innocenti stanno pagando con la vita. Per fermare il massacro, i leader del mondo devono agire rapidamente e con audacia. L’Internazionale Socialista è impegnata a lavorare duro con i suoi partner nella regione per rendere la pace in Medio Oriente una realtà.
* L’Internazionale Socialista conta oltre 165 partiti progressisti nel mondo come suoi membri.