"La scelta del mese"

02.03.2010 // Per la rubrica la scelta del mese la redazione ha scelto per il mese di marzo il libro "Il fratellastro" di Lars Saabye Christensen, nato nel 1953, vive a Oslo ed è uno dei maggiori autori norvegesi contemporanei.

Tradotto in tutto il mondo e vincitore di numerosi premi letterari, tra cui il Nordic Prize 2002, è romanziere e poeta. In italiano è tradotto da Giovanna Paterniti.

"È martedì 8 maggio 1945 e Vera, nostra madre, è nella parte più riposta della soffitta di casa in Kirkeveien. Sta ritirando i panni stesi, che dopo una notte lassù sono diventati asciutti e morbidi... È solo colma di una grande e strana gioia, che non somiglia a nessuno dei sentimenti provati finora. Perché lei adesso è un’altra. C’è stata la guerra per cinque anni e quest’estate ne compirà venti, ed è adesso, proprio adesso, che la sua vita ha inizio", scrive Barnum, l’io narrante del Fratellastro. Ma Vera non sa che la guerra ha in serbo ancora una tragedia per lei: quello stesso giorno, in quella soffitta, è violentata da uno sconosciuto e concepisce un figlio, Fred, che insieme al fratello minore Barnum è il fulcro della trama di questa intensa saga familiare.
Facendo affiorare la storia e il carattere di un intero Paese sullo sfondo del secolo appena concluso, Christensen narra le vicende – dense di affetti, ma anche di odio e violenza – di quattro generazioni di una famiglia norvegese assolutamente non convenzionale e ordisce un intreccio in cui i personaggi obbediscono a un bisogno insopprimibile di protesta e di autodistruzione: cinici e indifesi, violenti e altruisti insieme, teneri e protettivi, illuminano con i loro gesti e, spesso, i loro silenzi, le ragioni della fragilità, della cattiveria e della bontà di donne, uomini e bambini.

Un brano del libro: 

Ero in punta di piedi. Mi allungai il più possibile e presi il resto, venticinque centesimi. Esther si sporse dallo stretto sportello, mise la mano grinzosa tra i miei riccioli biondi e ve la lasciò per un po'; non che a me facesse particolarmente piacere, ma non era nemmeno la prima volta, perciò cominciavo a farci l'abitudine. Già da un pezzo Fred ci aveva dato le spalle: si era cacciato in tasca il sacchetto di zucchero candito e dal modo in cui si allontanava si capiva che era furibondo per qualcosa. Fred era furibondo e niente avrebbe potuto agitarmi di più. Strusciava le scarpe sul marciapiede come per aprirsi un varco, la testa incassata tra le alte spalle aguzze, quasi procedesse contro un vento forte e dovesse usare tutte le sue forze anche se era un tranquillo pomeriggio di maggio, un sabato per di più, e il cielo sopra Marienlyst, terso e blu, rotolava lento, come un'enorme ruota, verso i boschi dietro la città. «Fred ha ricominciato a parlare?» bisbigliò Esther. Annuii. «Che cosa ha detto?» «Niente» risposi. Esther fece una risatina. «Vai da tuo fratello, adesso. Così non si mangia tutto lui.»


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